|My Diary| Sfilata-evento nel carcere di Rebibbia con Miss Italia Giulia Arena (FOTO)


Ho sempre pensato a quanto debba essere difficile per una donna vivere il carcere, nell'accezione più ampia del termine. Non mi riferisco solo all'abituarsi ad un luogo angusto, a degli spazi predefiniti, alla quadratura limitata di una cella. Lo spirito di adattamento, anche ai limiti della sopportazione, ha sempre in qualche modo fatto parte della natura umana e fa la sua anche in questi casi.
L'Universo femminile mi ha sempre affascinato, ma anche intimorito. Mi inquieta il modo in cui noi donne riusciamo spesso ad essere poco solidali tra noi, anzi a diventare nemiche, a volte senza neanche conoscerci, solo perchè vediamo nell'altra persona qualcosa che non capiamo o di diverso e per questo etichettiamo subito come pericoloso.
Come sostiene la famosa teoria dell'identità sociale di Tajifel, poi diventata la base della psicologia sociale, tendiamo in poche parole, a semplificare le nostre relazioni inserendo le persone nel nostro gruppo o al di fuori di esso, catalogandole come potenziali nemici (il celebre concetto di in-group e out-group). Tendiamo a separare per semplificarci la vita e sentirci al sicuro, protetti dalle nostre etichette, che spesso si rivelano sbagliate.
Immagino quanto questo concetto sia presente nelle carceri, dove le donne e gli uomini formano gruppi, creano alleanze per sopravvivere e farsi forza nei duri anni, mesi di detenzione. Ma anche il contrario.

Stamattina quando sono entrata nel settore femminile del carcere di Rebibbia ho avuto la sensazione che queste divisioni si fossero annullate o almeno lo sarebbero state per qualche ora.
Quando si lavora per un obiettivo comune si diventa amici, si stringono relazioni basate sul "fare" che portano a sentirsi vicini, uniti.
Le detenute lavoratrici del laboratorio sartoriale "Ricuciamo" hanno realizzato qualcosa di incredibile: dalle loro mani e con pochi mezzi sono riuscite a creare dei capi che hanno preso vita, non erano più semplici pezzi di stoffa, ma la dimostrazione di saper fare qualcosa che si mostrava sotto i nostri occhi, su una passerella improvvisata sotto il tetto pesante di un carcere, pieno di storie di vite spezzate da azioni sbagliate, ma non per questo meno vive.
Ecco, quella passerella è stata la più applaudita ed emozionante a cui io abbia mai asssistito. Bella come le sensazioni che si provano quando ci si rende conto di essere partecipi di un evento unico che sta provando a costruire qualcosa di concreto. Ovvero, la speranza per delle donne che sanno di aver sbagliato di poter rimediare, di poter "ricucire", come sapientemente rivela il nome scelto per questo progetto, le loro strade strappate alla vita reale. Di rimuovere almeno mentalmente quelle sbarre.
Tutto questo è stato possibile grazie all'Associazione Gruppo Idee, ma anche a tante altre personalità illustri che hanno dato il loro appoggio, non solo morale, al progetto. E a Miss Italia.
Il Concorso, accusato troppe volte ed ingiustamente di relegare le donne al ruolo di manichino con il numero, è sempre in realtà in prima linea per omaggiare con il suo appoggio e quello di Patrizia Mirigliani tantissime iniziative come questa.
La dimostrazione arriva da Miss Italia 2013 Giulia Arena. Lei che si è messa a disposizione delle detenute che l'hanno subito accolta con calore ed ammirazione, per la sua bellezza, la sua semplicità e la sua voglia di rendere speciale la sfilata Neroluce (il brand nato in appena un anno dall'impegno e dalla passione delle detenute).
Ed allora, le donne quando vogliono riescono ad essere anche solidali tra loro, ad essere così diverse eppure così simili di fronte alla speranza di regalare un futuro migliore a chi ha un passato da dimenticare ed un presente da costruire.
Siamo tutte uguali lì con i nostri trucchi, i nostri vestiti, i tacchi che fanno male e la voglia di sentirsi belle e ammirate, almeno per un giorno, come Miss Italia.
Il carcere, in generale, è un po' un limbo, un posto in cui è impossibile cancellare il passato, ma altrettanto costruire il futuro, se non viene pensato un modo, anche solo un'idea, per dare alle detenute la possibilità di fare qualcosa durante la detenzione, per conoscersi, imparare e magare riuscire a collaborare.
Non c'è stato modo più bello per festeggiare la festa della donna. E' sento di non aver detto tutto o abbastanza, ma non sempre si può con le parole, lascio parlare le immagini, spero riusciranno ad arrivare lì dove io mi sono fermata.







(Foto copyright Roberta Costantino)

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